American reality

La vulgata dice che il capo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, è un luogotenente del male assoluto, quel male che ha generato il calcolatissimo collasso finanziario che ha schiacciato i piccoli e innalzato i grandi. La depressione stritola la parte bassa della middle class americana, continua il racconto popolare, soltanto per concedere a gente come Blankfein di continuare a mangiare ostriche ghiacciate a bordo piscina, mentre il paese viene divorato dalla concorrenza cinese e altre diavolerie globali.
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La vulgata dice che il capo di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, è un luogotenente del male assoluto, quel male che ha generato il calcolatissimo collasso finanziario che ha schiacciato i piccoli e innalzato i grandi. La depressione stritola la parte bassa della middle class americana, continua il racconto popolare, soltanto per concedere a gente come Blankfein di continuare a mangiare ostriche ghiacciate a bordo piscina, mentre il paese viene divorato dalla concorrenza cinese e altre diavolerie globali.
Blankfein, generalmente poco avvezzo all’esposizione pubblica – i luogotenenti del male assoluto non ne hanno bisogno, di solito – ha scritto un editoriale sul quotidiano Politico in cui spiega un concetto non proprio popolare: il posto più sicuro per fare investimenti oggi è l’America, l’impero di cui gli analisti certificano da anni il declino con iperboli ai limiti del terrorismo storico-psicologico. “Quando incontro gli investitori e mi chiedono dove investire, la mia risposta è che gli Stati Uniti sono attrattivi come sempre”, scrive il ceo di Goldman Sachs. Ci sono quattro ragioni per spiegare che l’America non è soltanto un residuo di certezza di un mondo attraversato dalla fragilità, ma è destinato a rimanere un bastione dietro al quale cercare protezione. La tendenza demografica e d’immigrazione avvantaggia l’America sui suoi concorrenti globali, perché la “land of the free” attrae ancora le persone più industriose e ambiziose del mondo. I paesi del Bric hanno mostrato una crescita quantitativa impressionante, ma la qualità dell’America se la sognano. La possibilità di attingere a enormi riserve energetiche è il secondo fattore, accompagnato dalla decisa risposta politica messa in campo per contrastare la crisi. Infine, dopo la crisi del 2008 le aziende americane sono state capaci di ristrutturarsi più velocemente e meglio di quelle di qualunque altro paese. Mica poco, chiosa Blankfein.
Al grande banchiere non sfuggono le manchevolezze congiunturali del sistema americano, ma qui il problema è la tenuta della struttura economico-politica, si tratta di valutare la stoffa di quello che per tanti è un modello sulla via del tramonto. Blankfein su questo non ha dubbi, e scommette imperterrito sull’America, il “Comeback kid” celebrato sulla copertina dell’Economist la settimana scorsa. Anche il settimanale inglese ha scelto di rappresentare con la freddezza uno dei concetti espressi dallo storico Bob Kagan nel suo “The World America Made”, manuale contromano per infilzare i declinisti, cassandre e altri propalatori dell’apocalisse. Bloomberg Businessweek scrive che non c’è più il pil di una volta, e mette in pagina la vecchia storia dell’imminente sorpasso dell’economia cinese, ma i valori non immediatamente convertibili in numeri che Blankfein elenca su Politico sono un autorevole schiaffo alle notizie sulla fine dell’impero.

Il “comeback kid”
L’America sa cambiare. Un’azienda in crisi ha l’elasticità per cercare nuovi prodotti e il coraggio per investire su terreni inesplorati; ci sono interi settori di business in grado di convertirsi e fette di mercato in calo che vengono rimpiazzate da crescite altrove. L’America ha saputo trarre un vantaggio anche della temutissima crescita della Cina: le esportazioni americane verso Pechino sono cresciute del 53 per cento negli ultimi cinque anni e oggi la Cina è il terzo partner commerciale americano.
Grazie all’Economist si scopre che i leggendari grattacieli di Shanghai – dire che la città cinese è più avanti di New York è puro manuale di conversazione – sono costruiti con la stretta consulenza degli americani e ci sono decine di settori in cui le qualità di questo impero in apparente declino si trasformano improvvisamente in punti di forza. E fanno dell’America un luogo “dove investire nel lungo periodo”. E Lloyd Blankfein di investimenti qualcosa ne sa.